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Chi non spera quel che non sembra sperabile non potrà mai scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, non sperandolo, qualcosa che è introvabile e a cui non porta nessuna strada.

Eraclito.

Contatti

POLITICA
Voto cattolico, voto Bonino!
24 marzo 2010

Nei giorni scorsi è stata ripresa da alcuni giornali la notizia di un prete della Capitale, Don Stefano Tardani, il quale ha inviato alle coppie che hanno frequentato il suo corso di preparazione al matrimonio una lettera nella quale invitava a votare Renata Polverini e una candidata Consigliere della sua lista. Avendo frequentato anch'io questo corso, sono stato tra i destinatari della lettera e ho pensato di rispondergli. Sono ancora in attesa di una replica da parte sua. Intanto però penso valga la pena pubblicare anche qui quello che gli ho scritto.

Il testo integrale della lettera di partenza di Don Tardani, invece, lo trovate in quest’altro blog:

http://incompiutezza.wordpress.com/2010/03/23/don-stefano-tardani-la-sua-mail-vota-polverini/

Caro Don Stefano,

Ho letto con attenzione e stupore la tua ultima mail, dal titolo “Chiarezza e coraggio”, nella quale proponi una riflessione in merito alle prossime elezioni regionali.

Una lettera sul contributo dei cattolici in politica nella quale la chiarezza e il coraggio sicuramente non fanno difetto. Forzatamente militante e irrispettosa, è una lettera dai toni assai distanti da quelli utilizzati dal Cardinal Bagnasco che pochi mesi fa, sullo stesso argomento, sottolineava la crescente urgenza di uomini e donne capaci di “incarnare” gli ideali evangelici e tradurli nella storia “non cercando la via meno costosa della convenienza di parte”. Oppure da quelli del Cardinal Bertone, secondo il quale “di fronte alle sfide del mondo la Chiesa non propone una soluzione unica e universale”, precisando che “la dottrina sociale non si presenta come un prontuario di soluzioni predefinite, ma propone un modello di azione politica che si esprime nei tre momenti del vedere, giudicare e agire”.

Alla tua lettera desidero rispondere, in primo luogo, sulla forma per esprimere il disappunto verso lo strumento che hai utilizzato: il mio indirizzo di posta elettronica era stato dato esclusivamente per finalità relative al percorso di preparazione al matrimonio e per comunicazioni affini, non certo per ricevere indicazioni di voto a favore di Renata Polverini e di candidati Consiglieri legati alla sua lista.

Soprattutto, però, desidero risponderti nel merito e spiegarti perché la mia religiosità mi porta a conclusioni del tutto diverse dalle tue – precisando innanzitutto che ciò non contrasta affatto con le parole dell’Enciclica da te citata, tanto più che una Regione non ha competenza per legiferare in materia di aborto o eutanasia.

La nota dottrinale che alleghi ricorda il dovere di difendere la sacralità della vita umana “dal concepimento fino alla morte naturale”: momenti, entrambi, che per differenti ragioni sono oggetto di forte dibattito, di dubbi e interrogativi nella coscienza di ognuno di noi, cristiano o non cristiano, ma che non esauriscono le azioni e le occasioni necessarie per adempiere ad un simile dovere.

La carità cristiana prende forma nei gesti d’ogni giorno e si esprime, com’è ovvio, soprattutto nell’attenzione verso gli ultimi, nel conforto alle persone che soffrono.

Il tema dei migranti mi sta particolarmente a cuore. Un tema sul quale lo “Schieramento” che apertamente sostieni ha più volte legiferato “negando concretamente” i Principi da te stesso enunciati. Ne è un grave e negativo esempio l’accordo bilaterale stipulato con la Libia, che prevede il respingimento di disperati trovati in mare aperto, in situazioni di intollerabile necessità, verso un Paese dove i più elementari diritti della persona umana non sono minimamente garantiti. Un accordo che viola i diritti di rifugiati e richiedenti asilo e che non accenna ad essere messo in discussione, nonostante molteplici episodi di tortura documentati in Libia. Intanto nel Mar Mediterraneo prosegue, nel silenzio più assordante, una strage quasi quotidiana: sono 15.000 le morti documentate negli ultimi 20 anni.

E per migliorare “la condizione del tutto critica in cui abitualmente vivono una parte degli immigrati presenti nel nostro Paese” (così la definisce il Cardinal Bagnasco nel testo sopra citato), non solo lo “Schieramento” che pubblicizzi non fa nulla, ma anzi esaspera e strumentalizza contrasti e differenze.

Un discorso analogo si ripropone con riferimento alla popolazione carceraria, dove risiedono 65 mila persone in strutture atte a riceverne soltanto 43 mila e dove i suicidi sono una piaga diffusa (72 quelli accertati nel 2009) e spesso desolantemente dimenticata. Da molti politici, ma non da Emma Bonino.

La storia personale della candidata che osteggi – allegando tanto di presunte “foto shock” – è stata sempre improntata al massimo rispetto della vita e delle persone che soffrono. La sua biografia è efficacemente riassunta da uno spot della regista Francesca Archibugi: “Contro l’aborto clandestino, lo sterminio causato dalla fame, i soprusi del fondamentalismo, Emma c’era. Con i primi malati di Aids, con i detenuti nel braccio della morte, Emma c’era. Come Commissario europeo lotta per i diritti umani. In Thailandia, in Macedonia, in Mali, in Guinea, in Sierra Leone, in Afghanistan, Emma c’era”.

Ti dirò di più. Sul sito internet della candidata consigliera che tu sostieni, Olimpia Tarzia, non si legge alcuna proposta concreta a sostegno “della famiglia”, ma soltanto un lungo sproloquio contro la Bonino in nome del cosiddetto “Popolo della vita”. In queste elezioni in cui si parla spesso di tutto, tranne che di questioni reali e concrete sulle quali può incidere un’amministrazione regionale, lo sai qual è uno dei pochi candidati che ha messo in cima alla propria agenda un’iniziativa seria e incisiva per le famiglie? Si chiama Cristiana Alicata, è del Partito democratico ed è lesbica. In questa tornata elettorale ha fatto una seria campagna a sostegno dei Tagesmutter, gli asili nido condominiali.

Cordiali saluti

Maurizio M.

politica interna
10 consigli quasi bipartisan a 10 giorni dalle elezioni regionali
18 marzo 2010

In qualunque Regione voi votiate, qualunque Presidente regionale voi sosteniate, qualunque sia il vostro orientamento politico, credo che in occasione delle prossime elezioni regionali ci siano alcune semplici regole di comportamento che vadano seguite. Ho pensato fosse utile stilare una breve lista di suggerimenti per un voto libero e consapevole, per provare a migliorare un po’ la classe politica di questo Paese.

1. Esprimete una preferenza per un candidato

Per la Camera e per il Senato questa possibilità è stata abolita. A livello regionale, invece, i nostri rappresentanti non sono designati dai partiti ma vengono scelti direttamente dai cittadini votanti. Si tratta di un diritto importante, che garantisce davvero la possibilità di selezionare la classe dirigente della Regione in cui viviamo. Eppure ancora troppo pochi elettori se ne avvalgono, troppi sono coloro che delegano eccessivamente limitandosi a fare una crocetta sul simbolo del partito: la percentuale di preferenze espresse sul totale dei voti validi, alle ultime elezioni regionali, è stata del 27% in Lombardia, del 28% in Emilia Romagna, del 40% in Veneto e in Piemonte, poco superiore al 50% nel Lazio.

http://media.crumbria.it/rassegna/pdf/283391.pdf

2. Le persone contano più dei partiti

I partiti non sono dei blocchi omogenei e indistinti. Al loro interno convivono sensibilità diverse, personalità diverse, storie individuali e percorsi politici eterogenei. Dentro ogni partito (nel Pdl come nell’Idv, nella Lega o come nel Pd) coesistono persone più o meno valide e preparate, più o meno stimabili e indipendenti, più o meno vicine alla sensibilità politica d’ognuno di noi. In ogni partito coesistono persone che vivono la politica con passione e persone che la vedono soltanto come uno strumento di potere e carriera. Distinguere le une dalle altre non è poi così difficile. Non solo: in alcuni casi può “valere la pena” dare un’occhiata anche ai candidati di partiti affini a quello che tendenzialmente si voterebbe. Personalmente continuo a far fatica a comprendere la ragion d’essere di steccati tra il Pd, l’Idv, Sinistra e libertà, i Radicali, i Verdi, i Socialisti. Le differenze che li contraddistinguono continuano a sembrarmi poco più che sfumature (che volete farci, sono un “maggioritarista” convinto). Dando un’occhiata anche “in casa d’altri” si potrebbero quindi scoprire candidati che il nostro voto lo meritano davvero. 

3. Andate sul sito internet del candidato, prima di votarlo

Un’operazione che in pochi minuti consente di scremare molto più di quanto possiate immaginare. Nel caso del Pd del Lazio, per esempio, sul sito regionale è pubblicato l’elenco di tutti i candidati ed il link diretto al loro sito internet. http://www.pdlazio.it/2010/02/i-candidati-del-pd-alle-elezioni-regionali-del-28-e-29-marzo/ Una prima occhiata è stata sufficiente per scartare coloro sul cui sito compare prima il simbolo della Margherita e poi quello del Pd, oppure quelli in cui è in bella vista il logo delle mozioni di un congresso finito da ben 6 mesi. Soprattutto, sui siti dei candidati è possibile leggerne la biografia (sapere cos’han fatto nella vita è davvero illuminante!) e capire quali sono le loro priorità, quali le loro principali sensibilità.

4. Votate candidati che non ricoprivano incarichi politici prima della vostra data di nascita

A proposito di biografia, questa per me è una delle principali discriminanti. Non è una questione anagrafica: semplicemente è una questione di ricambio delle classi dirigenti. Vorrei essere ancor più selettivo e dire “prima della vostra maggiore età”, ma in tal caso purtroppo restringerei troppo il campo.

5. In caso di dubbio tra due o più candidati che per voi pari sono, scegliete sempre una donna

Oltre a quella anagrafica, c’è la questione di genere. Le donne sono soltanto il 21% dei Parlamentari alla Camera, il 17% al Senato. Ancora meno rappresentata la componente femminile negli ultimi Consigli regionali: erano 10 su 70 nel Lazio, 13 su 80 in Lombardia.

6. Preferite campagne a basso costo e finanziate dal basso

Provo un pizzico di antipatia verso chi spende troppi soldi per farsi eleggere, verso chi offre troppe cene, verso chi promette troppe cose. E in ogni caso chi riesce a tappezzare di manifesti (spesso abusivi) una città come Roma o Milano non avrà certo bisogno del mio voto – e neanche del vostro – per essere eletto. A volte si può fare un’ottima campagna elettorale investendo un budget relativamente modesto. È il caso, ad esempio, di Pierfrancesco Maran, consigliere comunale a Milano con 1.480 preferenze spendendo cento volte meno di quanto hanno speso giovani berlusconiani che non sono riusciti a farsi eleggere http://pier.ilcannocchiale.it/2006/05/30/come_g20.html

Lo stesso successo avranno, ne sono sicuro, Cristiana Alicata a Roma e Pietro Bussolati a Milano: perché a volte l’entusiasmo e la creatività contano più dei soldi, anche in politica.

7. Votate candidati trasparenti e disponibili al dialogo, al confronto

Il mandato politico non è una delega in bianco. Un eletto non può sparire per 5 anni e poi ripresentarsi al momento del voto. Gli strumenti per confrontarsi, per informare sulle scelte compiute, per condividere posizioni prese, opinioni e idee sono più che infiniti. Avere un sito o un blog aggiornato e partecipato, durante il proprio mandato, secondo me dovrebbe essere un dovere istituzionale. Ancora meglio, sapere se il politico che si sta per votare favorisce anche, nel territorio, occasioni d’incontro e momenti di confronto pubblici e partecipati.

8. Non sprecate la preferenza per candidature di bandiera

Vabbè, qua mi viene in mente soprattutto Emma Bonino capolista della lista Bonino/Pannella a sostegno di Emma Bonino Presidente. Oppure Ministri sparsi di qua e di là (Rotondi in Piemonte, la Carfagna in Campania), che senso hanno? Tanto mica lasciano il posto da Ministri per fare i Consiglieri regionali… Ma anche Giobbe Covatta capolista dei Verdi o Margherita Hack nella Federazione della Sinistra: con tutto il rispetto, difficilmente me li immagino a svolgere l’attività di Consiglieri regionali.

9. Ricordate che si può effettuare il voto disgiunto

Per esempio se siete calabresi e del Pd, ma Loiero proprio non ce la fate a votarlo, potete votare Callipo come candidato presidente e cmq Pd come lista (io lo farei); se siete lombardi e della Lega, ma dopo 15 anni Formigoni vi ha proprio stufato, potete votare Penati come presidente e cmq la Lega; se siete del Pdl in Piemonte ma non ve la sentite di votare Cota, e tutto sommato Mercedes Bresso non vi dispiace affatto, votate la Bresso ma anche il Pdl. And so on.

10. Sappiate che state votando per delle elezioni regionali e per nient’altro. Non è un referendum pro o contro Berlusconi. Non sono delle elezioni politiche nazionali.

Le regioni si occupano innanzitutto di Sanità, e poi ancora di Sanità e di Sanità. Hanno inoltre competenza esclusiva in materia di lavoro e politiche dell’occupazione (sempre di più, ed è un argomento sempre più delicato), di programmazione delle infrastrutture, di produzione d’energia (e qui è centrale il dibattito su rinnovabili e nucleare), di casa e di politiche abitative, di attività produttive (agricoltura, industria, commercio, edilizia), di assistenza scolastica e formazione professionale… Sarebbe carino essere un minimo informati anche su questi temi. Le regioni non si occupano, invece, di Giustizia. Né di immigrazione.


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POLITICA
La fiducia che va giù
9 marzo 2010

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POLITICA
Fini è di destra ed è coerente
3 dicembre 2009

Certi toni della politica italiana sono, per me, assolutamente inspiegabili (almeno ricorrendo ai principi della dialettica democratica, non volendo neanche ipotizzare che l'accusa a Fini consista in un reato di lesa maestà, che avallerebbe l’idea di un Presidente del Consiglio aspirante monarca assoluto che non tollera alcun tipo di critica al proprio operato).

Tutto questo caos intorno alle dichiarazioni fuori onda di Fini, per esempio, o alle sue recenti posizioni politiche: come se avesse detto qualcosa di assurdo, di incoerente con se stesso o con i principi che la sua parte politica dovrebbe avere. Non è così. Fini è la destra, Fini è distante anni luce dal mio modo di vedere certe questioni. Fini è la destra: la stessa che c’è in Francia e nel resto d’Europa, per esempio. La stessa destra che ha sempre rappresentato nel corso della sua vita.

Quali sarebbero, i motivi del contendere? Da quale sfera deriva l'accusa di eresia?

Giustizia? Immigrazione? Questioni etiche? In cosa consisterebbe, la presunta distanza siderale di Fini rispetto ai valori della Destra?

Questione giustizia

Dice un ex di AN: «A Berlusconi, se gli dici magistrati e mafia, viene in mente la persecuzione dei giudici. A noi, i Falcone e i Borsellino ammazzati per strada. E si pretende che cambiamo idea?» (fonte Unita on line).

Paolo Borsellino, già: uno degli eroi italiani, uno di quei magistrati che...

Cosa si legge, dalla biografia di Borsellino?

Proveniente da una famiglia con simpatie politiche di destra, nel 1959 si iscrisse al FUAN , organizzazione degli universitari missini di cui divenne membro dell'esecutivo provinciale, e fu eletto come rappresentante studentesco nella lista del FUAN "Fanalino" di Palermo.

Già, perché essere contro la mafia, sempre e ovunque, non è né di destra né di sinistra. Chiedere che le dichiarazioni di un Pentito siano verificate non è né di destra né di sinistra, è semplicemente doveroso!

Questione cittadinanza

Cito Teodoro Bontempo, dal Corriere di oggi: «Se scavo nella memoria… beh, certe posizioni, oggi per molti sorprendenti, Gianfranco le ha sempre avute. Sui temi della giustizia sociale piuttosto che su quelli dell’integrazione, sul diritto alla cittadinanza. Io me lo ricordo Fini a cena che mi diceva: scusa, ma ti pare che un ragazzino somalo che nasce a Roma, parla romano e tifa per la Roma non debba essere considerato italiano».

Qualche anno fa in Francia Sarkozy ha fatto scandalo per una frase: “La France tu l’aime ou tu la quitte”, la Francia o la ami o te ne vai. Tale frase in Francia è stata aspramente criticata, perché troppo di destra, perché contraria ai principi liberali dello Stato. Ebbene, qual è la differenza rispetto a Fini e al recentissimo convegno della sua fondazione Farefuturo, che dell’espressione di Sarko ha copiato pure il titolo? L'Italia a chi la ama

http://www.farefuturofondazione.it/documenti/pdf/invito_18_novembre.pdf

Questioni etiche, correva l’anno 2005

Gianfranco Fini annuncia di voler votare tre "Sì" (con un "No" alla fecondazione eterologa), spiazzando gran parte del partito. L’anno successivo manifesta anche posizioni di cauta apertura sulle coppie di fatto. Anche queste, incompatibili con le idee vaticaniste di larga parte della classe politica italiana, ma perfettamente in linea con una destra europea (à la Sarko, per esempio).

Qual è, dunque, il Problema-Fini???

A mio avviso, l’unica parte scandalosa del fuori onda è il paragone tra B. e G. (due dei tre più grandi statisti degli ultimi 150 anni) e il paragone tra se stesso e l’oppositore di G. (e quindi di B.). Ma questo non c’entra con chi è più o meno di destra, più o meno fedele alla linea. C’entra con la democrazia interna di un Partito "a vocazione maggioritaria" e con la legittima ambizione a diventare, prima o poi, il leader del principale partito italiano.

Fini: “Qualche giorno fa rileggevo un libro sull’Italia giolittiana e a Giolitti, che era considerato il ministro della malavita, un oppositore gli disse: ‘Lei rappresenta lo stato… participio passato del verbo essere’. Efficace, no?”

Trifuoggi: “Potrebbe essere riesumata”

Fini: “Infatti non escludo di farlo, citando la fonte… prima o poi lo faccio”

Per inciso: ovviamente preferisco una destra civile e democratica quale quella che Fini rappresenta, piuttosto che una destra razzista o bigotta o sprezzante delle regole d’uno Stato liberale. Fini rappresenta una destra con cui ci si può confrare e di cui questo Paese avrebbe immenso bisogno (preferibilmente all'opposizione, ma al limite anche al Governo).


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LAVORO
Stime mensili: l'occupazione continua a diminuire
1 dicembre 2009
Pubblicata oggi la rilevazione Istat sulle forze lavoro. Continua a crescere il numero dei disoccupati (che ha raggiunto ormai l'8% delle forze lavoro) e quello degli di inattivi, mentre continua a ridursi il numero di occupati. Tra gennaio del 2008 e ottobre del 2009 gli occupati sono 337.000 in meno (-1,4%), mentre inattivi e disoccupati sono 675.000 in più (+4,2%). Tra gennaio e ottobre del 2009, gli occupati sono 137.000 in meno (-0,6%), mentre inattivi e disoccupati sono 250.000 in più (+1,5%).






permalink | inviato da Emmeemmevi il 1/12/2009 alle 15:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
politica estera
A proposito di D'Alema, della Ashton e di Van Rompuy
21 novembre 2009

Riporto la trascrizione di una conversazione informale tra due politici d'un generico Paese dell'Unione europea, probabilmente sul Mar Baltico, avvenuta circa una decina di giorni fa e che ho avuto il privilegio di ascoltare. Mi sembra davvero illuminante...

a.    Sai cosa mi hanno riferito i miei collaboratori? Che tutti i giornali e i telegiornali italiani sostengono che sicuramente l'Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune sarà il loro connazionale Massimo D'Alema
b.    Dai, non scherzare! Lo sanno tutti che non ci sono alternative credibili al nome di David Milliband per quella carica. Lo sanno anche in Italia... [forse il politico b. nella conversazione si riferisce a questo articolo, l'unico "oggettivo" e degno di nota sulla candidatura D'Alema tra quelli pubblicati in Italia http://www.lospaziodellapolitica.com/2009/11/dalema-ministro-degli-esteri-europeo-no-grazie/, ndt]
a.    Eh, lo so. Però il giovane Milliband mica è scemo. Ha ancora 44 anni e una brillante carriera politica spianata dinanzi a sé, nel Labour. Mica ci rinuncia per un incarico che sappiamo benissimo sarebbe oggettivamente molto burocratico e poco più che formale, coi tempi che corrono
b.    Anche questo è vero... Ma allora i britannici che faranno? Restano affacciati alla finestra?
a.    Mah, Gordon Brown si è fissato sul nome di Blair per l'incarico più importante, quello di Presidente del Consiglio Europeo
b.    Bluffa. Sa benissimo che quel ruolo spetta al centro-destra, che ha la maggioranza sia dei Governi che del Parlamento europeo.
a.    Non credo bluffi, forse semplicemente spera che i popolari europei lo scambino per uno di loro. In fondo, guardando come ha governato in Gran Bretagna, il dubbio potrebbe venire. Il rischio di confondersi non è che si possa proprio scartare.
b.     Effettivamente... Ma se davvero i popolari designassero un europresidente gradito ai socialisti, questi ultimi dovrebbero designare un Mr Pesc che piaccia alla destra
a.    E qui entra in gioco l'italiano D'Alema, che avrebbe il pieno sostegno di Berlusconi
b.    Vabbé, e chi sarebbe questo D'Alema?
a.    Ma come, non te lo ricordi? è stato Ministro degli esteri durante il Governo Prodi, tra il 2006 e il 2008...
b.    Stai scherzando, vero? Del Governo Prodi??? Ma non era quel Governo che non era minimamente in grado di dirci quale fosse la politica estera dell'Italia? A parte - ben inteso - che nei confronti delle nazioni verso le quali l'Eni ha interessi commerciali...
a.    Eh sì, proprio quello! Quel governo che non sapeva neppure se la propria maggioranza era in grado di garantire il rifinanziamento delle missioni in Afghanistan oppure no, se intendeva dialogare con Hamas oppure no, etc.
b.    E questo D'Alema ne era il Ministro degli esteri? Un bel biglietto da visita, non c'è che dire. Che altri meriti vanta?
a.    Con lui l'Italia ha ottenuto il comando della Missione Unifil a Beirut...
b.    Beh, era il minimo: avevano inviato 3.000 militari... e poi se non ricordo male l'Italia è il primo partner commerciale del Libano! Ci mancherebbe che non vi si impegnassero...
a.    Ah, quasi dimenticavo. D'Alema è stato anche Presidente del Consiglio. Ha sostituito il primo Governo Prodi, nel 1998... sai, quelle solite manovre di palazzo per cui l'Italia è famosa... Ecco, quando era Presidente del Consiglio, si è assunto la responsabilità dei bombardamenti su Belgrado e sulla Serbia.
b.    Non è stato un bel momento... proprio no. Comunque... sono passati più di 10 anni, eppure non ho mai sentito parlare di lui, tra i candidati alle elezioni in Italia. C'era un certo Rutelli, se non ricordo male, poi Prodi e Veltroni... ma lui no...
a.    No, lui è superiore. O Presidente della Repubblica, o Alto Commissario Europeo, o niente. Di sicuro niente che passi per il voto diretto dei cittadini... Parlavano davvero, di lui, come Presidente della Repubblica italiana. Poi però hanno preferito Napolitano, ma solo perché D'Alema era troppo giovane.
b.    Giovane? Perché? Quanti anni ha?
a.    60
b.    Ahh... effettivamente! Comunque non mi sembrano molto credibili, questi nomi. Né quello di D'Alema, né quello di Blair.
a.    Neppure Blair, come mai?
b.    Se vogliamo fare un'Europa un pochettino più forte, non abbiamo bisogno di nomi blasonati, ma di persone pazienti, che sappiano mediare, unire, aggregare 27 egoismi nazionali... Il nazionalismo di questi tempi è più forte che mai. Basta guardare queste proposte: Brown propone un britannico, Berlusconi un italiano... Nessuno sa guardare al di là dei propri confini?
a.    Beh, qualcuno sì. A Zapatero, per esempio, non interessa far nomi di spagnoli...
b.    Bella forza. Ora come ora gli spagnoli hanno interesse soltanto a tenersi stretto il commissario all'economia, Almunia, che altro potrebbero volere? E comunque... lui cosa propone?
a.    Zapatero? Dice solo che non accetterà l'assenza di una donna ai vertici dell'Unione. Si vanta di averre un governo con più ministri donna che uomini, dice che Mr Pesc dev'essere una donna.
b.    Non è che abbia proprio tutti i torti... D'Alema è donna?
a.    No, non sembra. Certo donne coi baffi ce ne sono, ma non mi pare sia questo il caso
b.    Ahaha... Senti, ma... dai, parlando seriamente.. se ancora esiste qualcosa che si chiama Unione europea, è soltanto merito di Francia e Germania. Non posso credere che Francia e Germania stiano immobili. Non fanno nomi? Nessun francese o tedesco?
a.     In realtà un nome che circola ci sarebbe... quello di Herman Van Rompuy, il presidente del Belgio. La Merkel e Sarkozy punterebbero su di lui, e pare che abbia incassato perfino il sostegno del Gruppo Bildererg.
b.    Caspita!!! Certo che... è vero... è una persona davvero a modo e per bene, è un europeista convinto e un ottimo mediatore. E poi in Belgio si sta comportando in maniera eccellente... Il Belgio è il Paese più assurdo del mondo. Non riesco a capire come faccia a esistere, come non vi sia mai scoppiata una guerra civile! Chi ne ha scritto il modello federale doveva essere ubriaco...
a.    ...oppure un genio! Fatto sta che lui piace a tutti: valloni, fiamminghi, tedeschi... non era mai riuscito a nessuno! Se fosse in grado di fare per l'Europa altrettanto bene di quanto sta facendo per il Belgio...
b.    Già, altro che Tony Blair! Van Rompuy è il presidente che servirebbe all'Unione europea!
a.    ...con buona pace dei giornalisti
b.    Oh sì. Blair sarebbe un disastro, ma i giornalisti di tutta Europa lo osannerebbero... e venderebbero un sacco di copie. Parlerebbero di una svolta storica. Van Rompuy per loro sarebbe una vera delusione.
a.    Tranne quelli italiani. A loro di Blair non importa poi molto. L'unica svolta sarebbe D'Alema. Chiunque, tranne lui, sarebbe un fallimento.
b.    Oh che stress... Son proprio felice di non vivere in Italia. Ma 'sto D'Alema parla inglese?
a.    Bah, così e cosà. Balbetta qualcosa. Capisce e si fa capire, diciamo. Parlare proprio no...
b.    Allora parlerà benissimo francese
a.    ...mmmhhh....
b.    Vabbé, ma che c'importa? Tanto è impossibile che sia lui. Se l'accordo su Van Rompuy è cosa fatta, è impossibile che i britannici accettino di rinunciare anche alla politica estera e di sicurezza...
a.    In realtà, oltre a quello dell'indisponibile Milliband, circola anche un altro nome: quello di Catherine Asthon
b.    Il commissario europeo al commercio?
a.    Già, proprio lei. Pare che piacerebbe sia alla Merkel che a Zapatero
b.    Forse non ha una sufficiente esperienza internazionale...
a.    Beh, lavora già in ambito comunitario, in un ruolo strategico e delicato... e almeno parla l'inglese. Poi è giovane, molto preparata e motivata. E' stata ministro dell'Istruzione prima, della Giustizia poi, oltre che presidente della Camera dei Lord. Praticamente ha ricoperto ininterrottamente incarichi istituzionali di primissimo piano dal 1999 ad oggi. Laureata in economia alla London School, è stata anche vicepresidente del Consiglio nazionale per le famiglie monogenitoriali e prima di entrare in politica ha lavorato in vari enti e associazioni in favore dei disabili.
b.    Wow. Mmmhh... però scommetto che il curriculum vitae di D'Alema è sicuramente più completo e prestigioso.
a.    Direi di no. Cioè, è il solito uomo di partito... non ha mai fatto altro.
b.    Però la Ashton non sembra molto bella...
a.    Dai, non fare discorsi da italiano!!!!!!
b.    Ricapitolando. Se veramente le cose andassero così, la nuova Europa sarebbe guidata da questa squadra:
       -    un belga, Van Rompuy, Presidente del Consiglio europeo;
       -    un'inglese, la Asthon, Alto Commissario per la Politica Estera e di Sicurezza Comune;
       -    un portoghese, Barroso, Presidente della Commissione europea;
       -    un polacco, Jerzy Buzek, Presidente del Parlamento Europeo.
Asse franco-tedesco, Gran Bretagna, penisola iberica, nuovi Paesi dell'Europa centro-orientale... Alla fine tutti quelli che contano possono dirsi soddisfatti.
a.    Tranne l'Italia
b.    L'Italia? A dire il vero l'Italia dovrebbe già ringraziare per non essere stata espulsa dall'Unione. Ha un rapporto debito/pil al 115% e un rapporto deficit/pil al 6%, fuori da qualsiasi parametro. Ha al Governo Ministri di un partito dichiaratamente anti-europeista e razzista. Ha Ministri che parlano della Corte di Giustizia come di un organo ideologizzato. Ha forze dell'ordine che ammazzano di botte la gente nelle carceri. Ha un Presidente del Consiglio indagato per corruzione e un Sottosegretario per associazione mafiosa...    

ECONOMIA
Produzione industriale
10 novembre 2009

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LAVORO
In Spagna la situazione occupazionale è migliore che in Italia
23 ottobre 2009

Purtroppo in Italia abbiamo una classe politica che con i numeri ha poca dimestichezza e che rischia, pertanto, di essere facile vittima di qualunquismo e luoghi comuni. La conseguenza è che tale classe politica – perfino i suoi più alti esponenti – giunga inconsapevolmente a sostenere tesi false, o comunque sbagliate: lo fa per semplice ignoranza, non certo in mala fede. Non certo malafede, ma semplice ignoranza, è per esempio ciò che porta il Vice Presidente della Camera Maurizio Lupi a sostenere che la situazione occupazionale in Italia sia migliore di quella degli altri Paesi europei. In particolare, ieri sera nel corso della trasmissione Anno Zero Lupi ha pubblicamente affermato che il mercato del lavoro in Italia sarebbe di gran lunga migliore di quello spagnolo. FALSO!!! Ed è un falso grave, perché di tale tesi Lupi e gli altri componenti del Governo ne sono fermamente convinti. Ciò impedisce loro di prendere le misure che sarebbero più importanti e urgenti, quelle che veramente tutelerebbero i lavoratori in questa fase estremamente difficile, ma soprattutto quelle che porterebbero a un miglioramento concreto e reale della situazione occupazionale nel nostro Paese.

Lupi cita un dato incontestabile, ma assolutamente privo di rilevanza:
il tasso di disoccupazione in Spagna è pari al 19,2%, mentre in Italia è pari al 7,4%. In un testo del 22 settembre ho già spiegato perché in realtà il tasso di disoccupazione è un indicatore che non riesce minimamente a fotografare la gravità della situazione occupazionale del nostro Paese. Una semplice analisi comparata dei dati relativi al mondo del lavoro di Italia e Spagna chiarirà senza dubbio molto meglio tale concetto.

I
n Spagna lavora il 48,2% della popolazione con più di 16 anni, mentre in Italia lavora soltanto il 45,2% delle persone di tale età: in pratica, ogni 100 abitanti, in Italia vi sono 3 lavoratori in meno. Per ogni milione di persone con più di 16 anni, in Italia vi sono 30.000 occupati in meno rispetto alla Spagna. Questo è il dato che conta, l’unico dato serio e incontrovertibile.

Se in Spagna vi sono un milione di disoccupati in più, è soltanto perché vi sono 11 milioni di INATTIVI in meno. Il tasso di disoccupazione è calcolato come “percentuale di chi cerca lavoro sul totale degli occupati”. Avere meno disoccupati perché più persone hanno smesso di cercare lavoro (o non hanno mai iniziato a cercarlo) mi pare una magra consolazione.
In Spagna gli inattivi sono il 42,6% della popolazione con più di 16 anni, in Italia sono il 51,2%. Possiamo forse gioire del fatto che tante persone, in Italia più che in Spagna e più che nel resto d’Europa, sono talmente rassegnate da non lavorare e neppure cercare lavoro?

La fotografia che mi pare più rilevante è quella che si ottiene sommando il numero di disoccupati e il numero di inattivi, per rapportarlo al totale della popolazione di riferimento.
Disoccupati + Inattivi in Italia sono il 54,8%, mentre in Spagna sono il 51,8%.

PS: Ovviamente in Italia il tasso di disoccupazione del 7,4% si ottiene rapportando 1.841.000 disoccupati su 23.203.000 occupati, così come in Spagna si ottiene rapportando 3.117.000 disoccupati a 16.218.000 occupati. Come si può notare, è un'informazione assolutamente parziale e fonte di molteplici errori interpretativi.

LAVORO
Posto fisso? Meglio la flexsecurity
20 ottobre 2009
Mentre Tremonti riscopre le magnifiche sorti e progressive del posto fisso (aggiungendo però che "era inevitabile fare diversamente, gente: mondialisation oblige": quindi, "nulla cambia, si fa solo un pizzico di demagogia spiccia"), il capolista della Mozione Marino per l'assemblea nazionale nel collegio Milano 1 gli risponde con parole pesanti e precise. Parole che sicuramente susciteranno in molti parecchi dubbi, ma che mi sembra doveroso condividere in questo spazio.

Le trovate qui: http://www.pietroichino.it/?p=5649

Tra i sì e i no chiari che il nostro partito deve dire, vi sono anche "i nostri si e i nostri no per i lavoratori": 
- no alla precarietà che dà forza solo ai datori di lavoro
- sì al contratto unico a tempo indeterminato e con tutele crescenti nel tempo
- sì alla flessibilità che premia i lavoratori

Il sostegno esplicito al disegno di legge sulla flexsecurity e un impegno chiaro e deciso per superare il dualismo che caratterizza l'attuale mercato del lavoro devono essere parte integrante del programma del nuovo Partito democratico, quello che prenderà forma dopo il 25 ottobre.

Sul fronte del lavoro, un merito questo congresso ce l'ha: tutti e tre i candidati alla segreteria regionale in Lombardia (Fiano, Martina e Angiolini) si sono esplicitamente impegnati a sostenere tale progetto. Sul piano nazionale, invece, al momento le uniche (peraltro timide) prese di posizione in tal senso sembrano provenire dal nostro Marino...

PS: Sullo stesso tema segnalo anche una bella intervista di Luciano Gallino, rilasciata dalle pagine di Repubblica. Questo il passaggio che reputo più significativo:

"Si potrebbe quindi chiedere al ministro Tremonti di far seguire i fatti alle impegnative parole che ha ripetutamente profferito a favore del modello sociale italiano ed europeo. Si faccia dunque promotore di una legge che andando al di là della 196/1997 e della 30/2003 ristabilisca il principio per cui il contratto di lavoro dipendente è per definizione a tempo indeterminato, fissando poi un ristretto numero di tipologie contrattuali in deroga da applicare soltanto in casi ben determinati".

http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/economia/occupazione/gallino-commento/gallino-commento.html
POLITICA
Scudo fiscale e assenze alla Camera: Pd, reagisci alle accuse! Basta con l'autolesionismo!!!
5 ottobre 2009
Ieri mattina ero al Pala Atlantico, uno dei 1.410 delegati alla convenzione provinciale dei congressi di circolo della provincia di Roma. Non faccio una sintesi della mattinata. Quello che mi interessa commentare era il leitmotiv, il tema ricorrente, che con il congresso non c'entrava nulla. Trattasi del presunto scandalo delle assenze alla votazione sullo scudo fiscale, tema ripreso in quasi tutti gli interventi e che ha portato all'approvazione di un Ordine del Giorno di condanna nei confronti dei parlamentari che non erano presenti al momento del voto. OdG approvato a larghissima maggioranza con soli 14 voti contrari, tra cui il mio. Nella mattinata quando qualcuno faceva riferimento alle assenze dalla platea urlavano "Dimissioni, dimissioni". Una donna - della mia mozione, ahimé - girava con un cartello con scritto "Go home deputati assenteisti e irresponsabili", ricevendo applausi.

Mi hanno chiesto il motivo della mia contrarietà, all'OdG e a tutto questo. Ebbene, sono contrario perché sono stufo di un partito che non sa rispondere alle critiche false e pretestuose che gli vengono rivolte. E che anzi, con il suo autolesionismo le rafforza ancora di più. Sono stufo di delegati che invocano a gran voce le dimissioni di parlamentari del proprio partito colpevoli d'essere assenti a UN VOTO dall'esito scontato, senza che nient'altro abbia importanza. Senza neppure concedergli il beneficio del dubbio, della buona fede.

Anch'io, ai parlamentari assenteisti farei ben altro che una censura o una multa. Io i parlamentari assenteisti non li ricandiderei mai più. Ma non quelli assenti a un unico voto, per quanto importante. Non quelli assenti quando l'Italia dei Valori o il quotidiano di Travaglio decidono di fare strumentalmente guerra al Pd SUL NULLA.

Io non ricandiderei mai più i deputati che non hanno partecipato almeno al 50% delle votazioni, per esempio. Ma allora scopriremmo che non potremmo ricandidare D'Alema e Bersani (68% d'assenze ingiustificate ciascuno) o Franceschini (59%). Scopriremmo che neppure il can che abbaia potrebbe essere ricandidato: DI PIETRO E' ASSENTE INGIUSTIFICATO AL 67% DELLE VOTAZIONI!

Invece scopriremmo che alcuni di quelli della lista dei cattivi hanno in realtà un indice di presenze molto superiore alla media. Ileana Argentin è stata assente soltanto al 29% delle votazioni, altrimenti sempre presente. Le assenze di Paola Binetti sono il 17%, quelle di Carra il 13%. Capodicasa è stato assente soltanto al 9% delle votazioni. Lucia Codurelli è stata presente ben al 93% delle votazioni, 4.100 su 4.400!!! E prima di sputare sentenze, pregherei tutti di leggere la sua lettera di spiegazioni, la trovate sul suo blog. Tra l'altro, il suo blog è lì a testimoniare l'impegno e la trasparenza con cui questa persona svolge il proprio lavoro.

Ma di che stiamo parlando??? Finiamola con il qualunquismo e l'autolesionismo, rispondiamo con la concretezza delle cose, invece che approvare inutili e plebiscitari ordini del giorno.

PS1: la lista completa di presenze e assenze dei parlamentari la trovate a questo sito

PS2: il vero problema è la legge schifosa che è stata approvata in Parlamento, non certo le assenze ingiustificate di 10 parlamentari Pd su 200. Sappiamo benissimo che a destra le assenze al voto erano più di 50, ma che se l'opposizione avesse serrato i ranghi anche loro sarebbero stati presenti al gran completo. Quello che conta davvero è il lavoro fatto nei giorni precedenti al voto, e in quell'occasione il Pd si è comportato in maniera assolutamente meritoria. Vogliamo rivendicarlo con un minimo d'orgoglio, ogni tanto???

PS3: Quanto alla convenzione, sul piano dei contenuti le uniche cose che vale la pena segnalare sono lo uno squallido intervento introduttivo del coordinatore cittadino Riccardo Milana e un brillantissima relazione del portavoce della mozione Marino, il 31enne Maurizio Veloccia, interrotta da ben 6 lunghissimi applausi dell'intero uditorio, applausi che andavano oltre rispetto ai 270 delegati che sostengono il terzo candidato. 

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POLITICA
Verso le primarie: analisi del voto ai congressi di circolo
1 ottobre 2009

Oggi il Pd ha diffuso i risultati (praticamente definitivi) dei congressi di circolo.

Avendo appena consegnato un lavoro e godendo quindi di un paio di giorni un po’ più tranquilli in ufficio, ne ho approfittato per cercare di capire cosa ci dicono i numeri emersi dai congressi. Quanto è rilevante e significativo, il 56% di Bersani? Quali sono le prospettive per Marino per le primarie?

1) Ai congressi di circolo hanno votato 380.000 persone. La differenza tra Bersani e Marino è di 185.000 voti. La differenza tra Franceschini e Marino è di 100.000 voti. Alle primarie del 2007 i votanti sono stati 3,4 milioni: 3 milioni in più rispetto a coloro che hanno votato, in questo mese, ai circoli. Recuperare 180.000 voti, su 3 milioni di potenziali nuovi votanti, non è affatto impossibile. Ricordo inoltre che gli elettori Pd alla Camera – ossia le persone teoricamente interessate al nostro progetto –sono 12 milioni!

2) Ho confrontato la ripartizione percentuale dei voti espressi DAGLI ISCRITTI e dagli ELETTORI. Si può così comprendere quali sono le regioni sovra-rappresentate in questa prima fase, quelle ossia in cui gli iscritti hanno un’incidenza molto superiore rispetto a quella complessiva degli elettori Pd. Le regioni maggiormente sovra-rappresentate sono la Campania, la Sicilia e la Calabria. In ognuna gli iscritti hanno un’incidenza di 3 punti percentuali maggiore rispetto agli elettori. Queste 3 regioni sfalsano quindi notevolmente il risultato complessivo.

3) Le regioni maggiormente SOTTO-RAPPRESENTATE sono, invece, la Lombardia, il Veneto, il Piemonte e il Lazio. Nella prima vi è una differenza che arriva addirittura a 7 punti percentuali tra iscritti ed elettori, a favore ovviamente di questi ultimi (7,4% contro 14,3%).

4) Caso strano, Piemonte, Lombardia, Veneto e Lazio, oltre a Trentino e Friuli, sono le regioni in cui tra gli iscritti Marino ha ottenuto i migliori risultati, con percentuali che vanno dal 12% al 16%. Questo fa molto ben sperare in vista del voto alle primarie. Marino ha, infatti, molto appeal su quella fascia enorme della popolazione che fa riferimento al Pd, ma non si riconosce nelle strutture tradizionali della militanza di Partito, che non crede in un’appartenenza identitaria, che non si iscrive, ma che giustamente vuole essere tenuta in considerazione nella scelta delle leadership del partito che voterà alle elezioni.

5) Le regioni eccessivamente sovra-rappresentate, al contrario, sono quelle in cui Bersani è trionfatore con percentuali del 68%,69%, 73% - tranne la Sicilia dove Franceschini vince un appassionante testa a testa.

6) Un’ultima cosa: nella fase di riscaldamento appena conclusasi, i delegati venivano assegnati sulla base degli iscritti ai circoli, non dei votanti ai congressi. Emilia Romagna e Campania – con rispettivamente 120.000 e 86.000 iscritti – sono le regioni che in Italia hanno il peso maggiore (si pensi che Lazio e Lombardia superano di poco i 45.000 iscritti ciascuna). Vale la pena sottolineare, tuttavia, che quella di due dei tre candidati alla segreteria e quella di Bassolino sono le regioni in cui ha votato la minor quota di aventi diritto: rispettivamente il 36,5% e il 48,8%.

7) Al tempo stesso, è necessario fare i complimenti al Pd in Sicilia, in Molise e in Basilicata: le tre regioni che sono riuscite a portare al voto i ¾ dei tesserati! Regioni, comunque, in cui tradizionalmente si avverte un desiderio di partecipazione molto intenso!!!


POLITICA
Battesimo congressuale: il testo del mio intervento alla presentazione della Mozione Marino
28 settembre 2009

I discorsi che avete ascoltato dai rappresentanti delle due mozioni che mi hanno preceduto sono stati, sicuramente, molto interessanti e hanno toccato aspetti essenziali per il futuro del nostro Partito. D'altronde, sia Bersani che Franceschini sono due ottimi professionisti della politica e il loro contributo è stato e continuerà ad essere fondamentale - anche dopo che Ignazio Marino sarà eletto segretario.

Eppure, vedete, c'è qualcosa che non va nelle loro posizioni: sia in quelle dell'uno che in quelle dell'altro. Ed è dalle carenze, dalle lacune della proposta politica sia dell'uno che dell'altro che nasce l'esigenza della TERZA MOZIONE che oggi ho l'onore di presentarvi.

Lo dico francamente, peché questo è un congresso, il primo della nostra storia, ed il congresso è il luogo in cui le cose vanno dette con franchezza, in cui i problemi vanno dichiarati e affrontati - non è il luogo in cui ci si schiera a prescindere dietro all'uno o all'altro dei candidati per poi ricominciare a discuterne a porte chiuse in seguito.

Il nostro partito è in mezzo al guado, lo sappiamo tutti. Il progetto iniziale sembra essersi impantanato, aver perso completamente energia. Il prossimo segretario deve essere in grado di ridarci slancio, entusiasmo, voglia di partecipare. A noi, a noi tutti, a noi 12 milioni di cittadini che nel 2008 abbiamo votato Pd - e possibilmente anche a qualcuno in più.

Non basterà, a tal fine, il carisma di Bersani o la simpatia di Franceschini. Serve qualcosa in più, serve la capacità di dare RISPOSTE CONCRETE ai problemi del nostro Paese. Ai problemi dell'oggi, NON A QUELLI DEL SECOLO SCORSO.

Il Pd, da due anni a questa parte, nn ci ha mai fornito una risposta chiara su niente, su nessuna delle grandi questioni. Ci ha dato, in compenso, MOLTE POSIZIONI PREVALENTI. Su ogni tema avevamo una posizione prevalente, che si poteva desumere - immagino - dalle dichiarazioni dei capigruppo o del Governo Ombra, ma che veniva quotidianamente smentita dai leader di questa o di quella corrente, leader che oggi sostengono alcuni Bersani, altri Franceschini.

Lo chiedo a voi, che siete venuti per votare il prossimo segretario.
Qual è la posizione del Pd sul LAVORO?
Qual è la posizione del Pd sull'IMMIGRAZIONE?
Qual è la posizione del Pd sul NUCLERE? Sulla LEGGE ELETTORALE?
Qual è la posizione dei candidati alla segreteria, su questi temi?

Prendiamo per esempio il tema del lavoro.
Siamo in pieno periodo di crisi. E ci accorgiamo dei danni che fa la crisi perché periodicamente vengono pubblicati i dati sulle ore di Cassa Integrazione, che continuano a crescee. Ebbene, nel mondo del lavoro di oggi chi finisce in cassa integrazione è un privilegiato. Ed è una minoranza, tra chi perde il lavoro. Nel mondo del lavoro di oggi vi è una quota significativa e crescente di persone che se perdono il lavoro rimangono a ZERO EURO. Sono i lavoratori con un contratto a progetto, con una delle 1.000 tipologie di contratti precari. IGNAZIO MARINO è l'unico candidato alla segreteria del Pd che dice BASTA con i contratti a progetto. E' l'unico che propone di istituire un CONTRATTO UNICO, A TEMPO INDETERMINATO E CON TUTELE PROGRESSIVE, CRESCENTI NEL TEMPO. E' l'unico che propone un'indennità di disoccupazione universale per tutti coloro che perdono il lavoro. E' l'unico che propone di finirla, una volta per tutte, con la differenza tra lavoratori di Serie A e lavoratori di Serie B.

Prendiamo il tema dell'immigrazione, il problema dei respingimenti. Ci si aspetterebbe che la risposta del Pd a questo scandalo, a questa palese violazione dei diritti umani fosse unanime. Invece no, invece c'è chi, come Francesco Rutelli, si premura a spiegarci che i respingimenti non solo vanno bene, ma in fondo sono merito del Governo Prodi.

Il tema del Nucleare. Bersani è favorevole. Marino pensa che non sia il caso. Che si può investire, piuttosto, sulle energie rinnovabili: eolico, solare a concentrazione, biomasse (cito il caso della puglia, che grazie all'eolico esporta più energia di quanta ne importi).

Sui diritti civii e le libertà individuali penso sia addirittura superfluo soffermarci. Vorrei soltanto sapere da Bersani e da Franceschini come si fa ad arrivare a una posizione vincolante e impegnativa per tutti sul tema della fecondazione assistita, delle coppie di fatto, del testamento biologico, della pillola abortiva. (cito Enrico Letta pronto a favore del decreto di Berlusconi per costringere a mantenere l'idratazione e l'alimentazione forzata a Eluana Englaro).

Questo congresso poteva essere l'occasione per capirlo. Non lo è stato, si è preferito evitare il discorso.

Noi una proposta ce l'abbiamo, è quella di rimettere la decisione nelle mani dei circoli, degli iscritti.
Far sì che sulle questioni più controverse, su TUTTE le questioni controverse - non solo quelle eticamente sensibili - siano i circoli a decidere, non i capi-corrente, né la logica dell'accontentiamo tutti, del minimo comune denominatore, del compromesso al ribasso.

La nostra incapacità di dare risposte ai quesiti della società in cui viviamo è stata sicuramente una delle cause che hanno allontanato i nostri elettori.

Ignazio Marino, una soluzione a questo problema tenta di darla. La sua soluzione è la laicità, intesa però non come "parliamo di temi etici", ma intesa come metodo di confronto e di decisione; un metodo di lavoro che parta dal basso, sia condiviso e impegni tutti.

Francamente non vedo quale sia la soluzione proposta da Franceschini, quale sia l'elemento di rottura rispetto al passato. Un passato di cui è stato direttamente protagonista.

La mozione bersani, invece, una proposta almeno ce l'ha. La mozione Bersani parla di tornare ad avere un'identità, parla del profilo di questo partito, parla addirittura di dare un senso a questa storia. Bello, davvero. Però ho due domande da porvi:

1) Secondo voi questo partito ha perso più voti perché il modello organizzativo interno non era abbastanza ben strutturato...
...oppure ha perso voti perchéle persone che stanno ai vertici di questo partito in certe regioni si chiamano Loiero, si chiamano Bassolino... e magari perché in Puglia c'è gente come Frisulli?

Bersani si è speso molto per spiegarci che la forma del Partito va cambiata, che le primarie non vanno bene per eleggere un segretario e che siamo troppo liquidi. MAH, A ME IN REALTA' SEMBRA PIUTTOSTO CHE SIAMO UN PO' INGESSATI... e credo che l'età media degli iscritti, l'assenza di giovani, lo dimostri.

Comunque... avrei apprezzato che Bersani usasse la stessa chiarezza per dirci che alcuni vertici locali del Partito vanno cambiati. Perché affarismo, clientele e corruzione sono ciò che fa male al Pd, non le primarie.

Invece no, neanche una parola. E guarda caso sono proprio quelle le zone in cui si concentra la maggire quantità di tessere del Partito (su 800.000 iscritti al Pd, 80.000 vivono a Napoli, per dire). E guarda caso sono le zone in cui Bersani ottiene mediamente l'80% dei consensi.

2) La seconda domanda riguarda l'identità del Partito.

Sembra che uno dei punti fondamentali, per Bersani, sia realizzare ovunque nel Paese un'alleanza che vada da chi ci sta a chi ci sta. Attualmente partiamo da Sinistra e Libertà e arriviamo fino all'UDC. Intanto Bersani partecipa ai meeting di Comunione e Liberazione, elogia la compagnia delle opere e in regioni come il Veneto vi è addirittura chi arriva ad ipotizzare un sostegno al berlusconiano Galan, contro la Lega.

Se questa è la prospettiva, vi chiedo, cosa ce ne facciamo di trovare una chiara e precisa identità?
Se poi tanto dobbiamo rinunciarvi nel gioco delle alleanze?

Io non voglio far parte di una bocciofila, né dell'avis. Io voglio far parte di un partito moderno, aperto e plurale, che scelga le persone da candidare perché sono le migliori, le più stimate e rispettate, non perché sono legate a questo o a quello. Non esiste un'identità astratta ed ideologica che possa farci digerire a prescindere qualunque candidatura.

Vedete, il problema non è trasformare un'amalgama mal riuscita in un'amalgama più coesa. Il problema è trovare il modo di RENDERE ACCESSIBILE E INTERESSANTE questo partito a tutte le persone progressiste, laiche, riformiste, civili e democratiche del Paese. A tutte, con pari dignità, indipendentemente che provengano dai ds o dalla margherita o da qualsiasi altra cosa.

La soluzione a questo problema è votare Ignazio Marino nel segreto dell'urna di questo circolo e alle primarie del 25 ottobre.

Grazie


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LAVORO
L'occupazione, ovvero Dove la crisi continua nonostante gli inviti all'ottimismo
22 settembre 2009

L’Istat ha pubblicato oggi i risultati della rilevazione trimestrale sulle forze lavoro: al di là dell’ottimismo sempre più forzato trasmesso dal Governo e dai Media, la situazione relativa all’occupazione continua a peggiorare, a conferma che la crisi è ben lontana dell’essere terminata.

Rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno, il numero di occupati si è ridotto di 283.000 unità*, pari all’1,2%. Le persone in cerca di occupazione sono aumentate di 144.000 unità, pari all’8,5%. Gli inattivi sono aumentati di 432.000 unità, pari al 3%. A dispetto degli annunci, vi è stato un ulteriore peggioramento perfino tra il primo e il secondo trimestre dell’anno in corso, con la perdita di 58.500 posti di lavoro (tab.1).



La crisi colpisce soprattutto il Mezzogiorno e il Nord Italia, dove in un anno si sono persi rispettivamente 236.000 e 77.000 posti di lavoro. In leggera controtendenza, invece, le regioni del Centro dove l’occupazione è aumentata di 30.000 unità. Si sono persi posti di lavoro soprattutto nell’industria (146.000) e nei servizi (111.000). E’ interessante osservare che a fronte di una riduzione dell'1% nel numero di lavoratori dipendenti, si registra una flessione del 3,5% di quello dei lavoratori autonomi o indipendenti (categoria in cui rientrano anche contratti a progetto e altre forme di lavoro flessibile e non protetto, persone per cui non esiste alcun sistema di ammortizzatori sociali). Il tasso di disoccupazione complessivo si mantiene però al 7,4%, rispetto al 6,7% di un anno fa: un incremento in apparenza poco significativo. In realtà il tasso di disoccupazione è un indicatore che non riesceminimamente a fotografare la gravità della situazione occupazionale del nostro Paese, per una ragione molto semplice: il tasso di disoccupazione dice soltanto quante sono le persone in cerca di occupazione sul totale della forza lavoro attiva, ossia delle persone che hanno o cercano lavoro. 

In Italia quest’anno l’aumento del numerodi persone in cerca di occupazione si è concentrato in massima parte nel Norddel Paese (vivono al Nord 126.000 delle 144.00 nuove persone in cerca dioccupazione). Nel Sud la crisi sembra aver portato, invece, a un diffuso sentimento di rassegnazione. In un anno gli INATTIVI nella fascia d’età 18-64anni, nel Meridione, sono aumentati di 317.000 unità, contro il +80.000 delNord e il +30.000 del Centro (tab. 2).

(*) A differenza di quanto fanno molti quotidiani, quelliche ho utilizzato sono i dati destagionalizzati. Per effettuare confrontistatistici è metodologicamente più corretto... Tutti i dati si riferiscono allaclasse d'età 18-64 anni.
































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permalink | inviato da Emmeemmevi il 22/9/2009 alle 12:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
La meritocrazia dei candidati alle primarie
4 settembre 2009

In vista delle Primarie del Pd, tutti e tre i candidati parlano molto di meritocrazia.

Mi sembra interessante guardare allora quanto siano meritevoli Pier Luigi Bersani, Ignazio Marino e Dario Franceschini in quello che attualmente costituisce il loro lavoro principale, ossia l'attività di parlamentari. Nella tabella che segue riporto alcuni dati tratti dal sito di open-parlamento:


Indice di attività

Partecipazione
a votazioni

Interventi
in aula o commissione

Disegni di legge
(1°firmatario)

Disegni di legge (cofirmatario)

Ignazio Marino

2,54
(98° su 322 sen.)

62,73%
(1392 su 2219)

162

6

23

Dario Franceschini

0,065
(505° su 630 dep.)

34,45%
(1474 su 4279)

22

0

11

Pier Luigi Bersani

0,060
(511° su 630 dep.)

32,62%
(1396 su 4279)

8

1

4


Ognuno potrà attribuire a questi dati l'importanza che vuole. La sensazione che ho, tuttavia, è che “i due principali candidati” in questa legislatura siano stati troppo impegnati ad apparire in televisione per poter frequentare adeguatamente le aule parlamentari. Se di un politico - come di qualunque altro lavoratore - va premiato il merito, allora il metro di giudizio non può che essere la quantità e qualità del lavoro che svolgono in Parlamento, più che sulle poltrone di Ballarò. Ed in questa legislatura, in Parlamento, Ignazio Marino è stato senza dubbio il più meritevole dei tre.

PS: Per maggiori informazioni a riguardo, questo è il link del sito che "segue" i lavori parlamentari. http://parlamento.openpolis.it/parlamentari/camera/nome/asc

POLITICA
Anche loro vogliono cambiare il mondo
27 maggio 2009
L'immagine è uno dei principali manifesti elettorali del Partito Socialista catalano.
Da sinistra a destra, Chirac, Aznar, in nostro premier, Bush e il presidente antieuropeista della Polonia. 

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permalink | inviato da Emmeemmevi il 27/5/2009 alle 17:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
Io, costretto ad essere un nicodemista democratico
27 maggio 2009
Questa mattina scopro dai blog di Pippo Civati e Marta Meo l’allarme per il nicodemismo democratico lanciato qualche giorno fa da Andrea Romano sul Riformista. Curioso: proprio ieri sera avevo confidato il mio nicodemismo democratico ai 150 amici che ho in facebook…

In qualità di rappresentante della specie, sento di poter rispondere in tutta franchezza che Romano ha colto un fenomeno innegabile, che sicuramente si verificherà (ne conosco anche io parecchi, tesserati e militanti piddini che non voteranno neppure loro il pd, pur continuando a sostenerlo), ma di cui credo abbia frainteso le cause. 

Innanzitutto una premessa. Ho da poco trasferito la mia residenza a Roma, dalla Lombardia. Vi assicuro che se fossi rimasto in Lombardia avrei votato Pd e credo avrei scritto queste tre preferenze: Bignami, Scalfarotto, Graglia. Avrei votato Pd anche nel nord-est o nel meridione, dove avrei trovato abbastanza facilmente due o tre candidati da preferire. A Roma non ce l’ho fatta. Per quel che ho potuto constatare, a parte Gualtieri non vi è nessuno del mio partito che reputo seriamente degno di ricoprire l’incarico di europarlamentare. Invece un altro partito affine al partito democratico (e che resto sinceramente convinto che almeno in parte debba prima o poi confluire nel partito democratico) candida quello che a mio giudizio è uno dei migliori politici che abbiamo in Italia in questo momento: Claudio Fava.

Da capogruppo per il PSE nella Commissione Giustizia del Parlamento Europeo, Fava ha fatto un lavoro incredibile sulla Cia e la scandalosa vicenda delle extraordinary renditions (di cui ha reso conto nel libro “Quei bravi ragazzi”, uno dei più importanti ch’io abbia letto negli ultimi anni). L’Economist l’ha premiato come miglior europarlamentare del 2007. I suoi lavori sul tema della mafia sono altrettanto preziosi.

Questo è il primo punto: un sistema elettorale con le preferenze dà la possibilità di scegliere il candidato migliore e affievolisce la fedeltà di partito. Tra SL, Radicali e PD voterei senza dubbio Pd. Ma tra Emma Bonino, Claudio Fava e David Sassoli (o Domenici o Silvia Costa), i candidati di punta del mio partito mi sembrano i meno qualificati.

Il secondo punto sfugge ai più: stiamo andando a votare delle Elezioni EUROPEE. Già è abbastanza deprimente che non si parli di nessuna questione che riguardi l’Unione Europea e le sue prospettive. In ogni caso, al Parlamento Europeo la famiglia politica in cui mi riconosco è quella del Socialismo europeo, nelle cui fila siederanno sia Claudio Fava e altri di SL, sia gli eletti del Pd. Il mio auspicio è che alle europee un giorno ci chiederanno di votare partiti e piattaforme europee, a prescindere dai distinguo nazionali (se Rutelli e Letta si sentono più affini a Bayrou che a Zapatero, per dire, che siedano con lui nell’Alde, che problema c’è?): il parlamento europeo non è un luogo in cui si fa lobby per il proprio territorio (checché ne pensi la bravissima Marta Meo): è un luogo dove si fa politica che riguarda l’europa intera!

Terzo punto, connesso con il secondo: i partiti hanno senso nella misura in cui sono funzionali a un determinato sistema elettorale. Il progetto di partito democratico, per come è nato (mi riferisco alla metà degli anni ’90) ha senso nella misura in cui vi è un sistema elettorale di tipo maggioritario, che rende necessario un Partito a vocazione maggioritaria. Il proporzionale consente di dare un voto di tipo identitario, consente di votare in base alla propria appartenenza ideale. Le due appartenenze non sono incompatibili e l’esempio britannico lo dimostra. Nel Regno Unito il Labour Party ha ottenuto il 40% dei consensi alle politiche del 2001 e il 35% a quelle del 2005. Nel frattempo, però, alle europee del 2004 ha avuto soltanto il 22% dei voti. Nessun dramma, nessuna sorpresa: in un caso si vota col maggioritario, nell’altro col proporzionale.

Quarto punto, e concludo: se vuole sopravvivere a se stesso il pd non deve guardare quanti voti prenderà alle prossime elezioni (22%, 24% o 26%, cambia poco: non si va da nessuna parte), ma deve avere un’idea chiara di quali regole elettorali vuol dare all’Italia. Sentire dirigenti politici del Pd entusiasti per il proporzionale alla tedesca significa una sola cosa: che questi dirigenti intendono far suicidare il Partito e ne hanno a cuore le sorti molto meno dei nicodemisti democratici. Se deve essere, il pd deve essere un partito aperto e plurale a vocazione maggioritaria in un Paese in cui c’è un sistema elettorale maggioritario (doppio turno o turno unico, poco importa: purché vi sia un maggioritario di collegio e purché sia impossibile candidarsi in più collegi). E con questo sistema elettorale, il Pd dovrebbe essere aperto e plurale per davvero. Nel Pd che vorrei dovrebbero avere uguale dignità e opportunità, per esempio, Enrico Letta, Emma Bonino, Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani e Claudio Fava.
LAVORO
Proposte per il rilancio di salari e competitività
20 maggio 2009
Come ogni anno, nei giorni scorsi è apparsa sulla prima pagina di quasi tutti i quotidiani la notizia tratta da un’analisi OCSE secondo cui il salario medio di un lavoratore italiano è al 23esimo posto tra quello dei 30 Paesi che fan parte dell’organizzazione. 

Non è cambiato nulla rispetto agli anni scorsi, diciamo che non dovrebbe essere più una “notizia” nel senso giornalistico del termine. Però ogni tanto è bene ricordarsene per qualche giorno (non si sa mai che a qualcuno che conta venga in mente di invertire la rotta)… e comunque sta già passando nel dimenticatoio. Prima, però, c’è stato il tempo per far arrivare alla mente di molti italiani due concetti, entrambi sbagliati. Il primo è che “la colpa è di una tassazione sul lavoro maggiore rispetto a quella degli altri Paesi”. Il secondo è che non si tiene conto di un’incidenza dell’economia sommersa maggiore che negli altri Paesi, e per fortuna che c’è. Finché sono queste le idee che passano, sarà difficile cambiare veramente la situazione e al massimo si potranno effettuare scelte inutili o addirittura dannose, quali quella dell’anno scorso (la detassazione degli straordinari).

Innanzitutto, i dati a disposizione mostrano che il primo argomento è semplicemente falso. Quanto al secondo… solitamente l’economia sommersa agisce a latere, non a integrazione del lavoro dipendente. E solitamente i salari di chi lavora in nero sono più bassi, non più alti di chi ha un contratto regolare.

È utile vedere alcuni grafici, ricavati a partire dal seguente link tratto dal sito dell’OCSE: http://dx.doi.org/10.1787/556088086237

Il primo mostra il valore dei salari in dollari equivalenti (ed è il dato diffuso in questi giorni):

Il secondo mostra quant’è il costo complessivo, per le aziende italiane, di ogni lavoratore dipendente (inclusa la tassazione). Vero, guadagnamo 4 posizioni e raggiungiamo la Spagna. Ma siam pur sempre 19esimi su 30 Paesi. Dopo di noi soltanto Islanda, Portogallo, Nuova Zelanda e i Paesi dell’Europa dell’Est. Ragion per cui non è vero che il problema è la tassazione sul lavoro! Semplicemente sul lavoro non si investe, il resto sono chiacchiere. E comunque per gli amanti di percentuali che non vogliono dire assolutamente nulla, vero è che in Italia le tasse sono pari al 46,5% del costo del lavoro dipendente, ma nelle economie a noi più simili sono ancora maggiori: 49,3% in Francia, 52% in Germania.

Non dico che la tassazione sul lavoro non andrebbe abbassata, anzi (Però aumentando quale? Quella sulle rendite?). Dico solo che non può essere un alibi. Siamo ancora (sembra) la settima economia del mondo, ma abbiamo adottato un modello di competitività basato sui bassi salari e sulla riduzione dei costi, invece che sull’eccellenza e sulla qualità. Siamo un Paese in cui i laureati guadagnano quanto i diplomati. Siamo un Paese in cui chi fa ricerca scientifica deve andare all’estero, mentre i giovani che restano in Italia sono precari. Finché le aziende continueranno a pensare che i giovani laureati sono interscambiabili, che quello che fa uno può farlo un altro e non cercheranno di selezionare e valorizzare i migliori, ci sono poche speranze di uscire dalla situazione di crisi strutturale in cui ci troviamo, una crisi che è ben più grave e profonda di quella che tocca l’economia internazionale e che oggi stiamo usando per non affrontare o per fingere di non vedere i problemi reali.

Quali proposte? La prima, come dicevo, è quella di capire che chi vale va premiato, in termini di stabilità contrattuale da un lato (la precarietà senza prospettive incide negativamente sulla produttività) e di remunerazione dall’altro. Bisognerebbe che le aziende italiane finalmente comprendano che a volte costi maggiori per il personale non sono necessariamente sinonimo di minori guadagni, anzi, spesso è vero proprio il contrario (come Stiglitz ha ampiamente dimostrato). A condizione, ovviamente, che vi sia selezione, trasparenza e meritocrazia.

La seconda proposta non è incompatibile con quella oggi prevalente di chi sostiene che i salari vadano legati alla produttività o agli utili aziendali. Diciamo che dovrebbe venire semplicemente… prima, rispetto alle altre misure: ne è un pre-requisito. Si tratterebbe di introdurre alcuni spunti offerti dal modello francese, ovviamente adattandoli alla realtà nazionale. In Francia esiste uno SMIC, ossia un Salaire minimum interporfessionnel de croissance. Al momento attuale, in Francia, qualunque lavoro tu svolga per 35 ore la settimana non puoi essere pagato meno di 1.321 euro. Ogni anno lo SMIC si rivaluta automaticamente di un importo pari all’inflazione registrata l’anno precedente più il 50% dell’aumento medio dei salari. Introdurre un’idea del genere in Italia (assieme a una riforma del mercato à la Ichino) avrebbe una portata rivoluzionaria.

Inoltre, ma lo dico soltanto come corollario, in Italia gli stage non sono retribuiti e spesso se ne assiste ad un vero e proprio abuso. In Francia sono pagati il 31% dello SMIC + buoni pasto + trasporti pubblici gratuiti.

Introdurre un “salario minimo interprofessionale di crescita” inderogabile (non ci siano cocopro o partite iva monocommittenza che tengano) mi sembrerebbe un ottimo punto di partenza e non vedo alcuna controindicazione. Non mi faccio tuttavia alcuna illusione: l’Italia è un Paese che ha accolto come una follia il minimo dei 1.000 euro al mese per i contratti a progetto… e ancora ci stupiamo di avere salari tra i più bassi d’Europa!

PS: Oggi è il decimo anniversario dell’assassinio di Massimo D’Antona. Scrivere di Lavoro in questa data è anche un modo (molto piccolo e modesto) per ricordarlo.

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LAVORO
Lettera aperta al Ministro Brunetta sul monitoraggio dei precari
6 maggio 2009
Onorevolissimo Ministro Brunetta,

Le scrivo questa breve missiva perché desidero esprimere tutta la mia soddisfazione e l’apprezzamento per le parole da Lei pronunciate ieri in occasione della presentazione al Cnel dei dati sul monitoraggio dei contratti di lavoro flessibile nella P.A. In particolare, trovo veramente ammirevoli due passaggi: quello in cui sostiene che i precari «non possono e non devono essere una classe sociale, ma una forma di passaggio» e quello secondo cui «non è utile sparare numeri a vanvera pensando che così si tutelino meglio i lavoratori. La loro tutela sta nel dire le cose come stanno».

Detto questo, mi permetto di commentare insieme a Lei i NUMERI VERI, quelli che emergono dal monitoraggio e che sono pubblicati sul sito del Suo ministero al seguente indirizzo:

http://www.innovazione.gov.it/ministro/pdf_home/executive_Summary_Monitoraggio_precariPA.pdf

Vediamoli insieme, i NUMERI VERI da Voi pubblicati.

Innanzitutto, il summary precisa che «le amministrazioni che hanno risposto al questionario sono state 4.027». Tuttavia l’indagine riguardava 9.187 tra Comuni, Regioni, Province, Ministeri, aziende sanitarie, agenzie, enti di ricerca, autorità indipendenti, comunità montane. I risultati fotografano quindi meno del 44% degli enti della Pubblica Amministrazione. Le avevo sentito dire tempo fa, Onorevole Ministro, che «soltanto gli enti che non hanno precari non risponderanno all’indagine». Ho qualche dubbio che sia avvenuto esattamente questo…
 
Si precisa che «Le Regioni hanno risposto al 100%, le aziende sanitarie al 91%, le amministrazioni provinciali all'84%. La quota più bassa delle risposte è giunta dai Comuni (su 8.099 hanno risposto in 3.182) ma va specificato che le città capoluogo che sono le più popolose hanno risposto tutte». Benissimo.

Peccato che sottovalutare il precariato DELLE AMMINISTRAZIONI COMUNALI è cosa assai grave: già così, si scopre che NEI POCHI COMUNI CHE HANNO RISPOSTO ALL’INDAGINE SI CONCENTRA IL 28,5% dei precari con requisiti per essere regolarizzati in Italia (esclusa Sicilia); l’80% in Sicilia. Anche le aziende del SSN mancanti potrebbero avere molti “precari stabilizzabili”, dato che nelle 216 rispondenti i precari stabilizzabili sono oltre 7.000.

Se tra quanti hanno risposto all’indagine si scopre che in Italia (esclusa la Sicilia) vi sono circa 15.750 precari con requisiti per la stabilizzazione, la stessa indagine dichiara che quelli privi di requisiti sono 47.000 (tab.8). A questo numero si aggiungerebbero 18.500+4.300 precari in Sicilia.

Il che significa che IN TOTALE il 44% degli enti della Pubblica Amministrazione impiega attualmente 85.600 precari. A tale cifra vanno poi aggiunti – non dimentichiamolo – tutti i precari di scuola e università.
Onestamente non mi sembra un numero così marginale o fisiologico.

Onorevole Brunetta, ora però la smetto di fare il commentatore superpartes e scendo in campo.
Scendo in campo a sostenere i diritti di noi precari del settore privato. Perché se già è un’assurdità il precariato nel pubblico impiego, non dimentichiamoci mai che il grosso del fenomeno è nel privato ed è ben difficile da valutare con indagini e statistiche. Neanche l’Istat ci riesce davvero.

Un’ultima riflessione. Flessibilità o precariato?
Dipende dal punto di vista. Le aziende hanno bisogno di lavoratori flessibili. La normativa attuale porta però alla precarietà nella vita delle persone. Come mai ciò avviene? Quando la flessibilità si trasforma in precarietà? La mia opinione è che ciò avvenga quando un fenomeno esiste ma un governo finge che non esista. È di oggi l’interessante riflessione di Dario Di Vico sulle partite iva. Finti co.co.pro, finte partite iva, sono una realtà che non potete fingere che non esista. Né potete aspettarvi che il dipendente vada a sporgere denuncia…
 
Proposte? Non sono io a doverne dare, né posso farlo. Però sono convinto che basterebbe un minimo di trasparenza e di universalismo… La proposta di legge sulla flexsecurity del professor Ichino per esempio è una via che farebbe incontrare flessibilità per le aziende e tutela per i lavoratori. Questa o altre simili proposte sono l’unica possibilità per far sì che il precariato non formi una nuova classe sociale, ma sia davvero solo un momento di passaggio.

Con l'auspicio che con pragmatismo e senza ideologia si possa lavorare per risolvere alcuni dei problemi del nostro Paese,

Con stima sincera,

MMV

SOCIETA'
Libertà... ma non di mangiar kebab
22 aprile 2009
All'università facevo il pendolare tra Milano e la provincia di Brescia. La sera prendevo il treno alla stazione di Lambrate, dopo un'intera giornata passata tra lezioni, biblioteca e spazi della facoltà. Capitava piuttosto spesso d'avere fame e quindi quando arrivavo con 10 minuti d'anticipo rispetto al treno (o il treno era 10 minuti più in ritardo del solito) ne approfittavo per comprare qualcosa da mangiare. Qualcosa che avrei potuto mangiare camminando, oppure sulla banchina del treno, oppure sul treno stesso. Solitamente un pezzo di pizza, talvolta uno splendido kebab.

Mi dite come sarebbe stata la mia vita se questa idiotissima ordinanza varata dalla Regione Lombardia fosse stata approvata 10 anni fa?

Che senso ha? E' proprio necessario che il razzismo di certa parte della Lega (quella per cui va bene il McDonald, ma il kebab mai e poi mai) condizioni le vite di tutti noi? E poi... non capisco: quindi non potrò prendere più neppure un gelato passeggiando sul lago d'Iseo?

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POLITICA
Dove trovo la dichiarazione completa?
1 aprile 2009

Ieri in radio ho sentito quel che diceva B. a proposito delle previsioni Ocse. Ero incredulo. Ancora più incredulo però sono oggi, dato che non riesco a trovare da nessuna parte la dichiarazione completa.

Si trova esclusivamente questo spezzone, variamente ripreso e commentato:

"Prima non hanno previsto nulla, poi fanno le previsioni un giorno sì e un giorno no. Ma statevi zitti…"

Tra tutti i risultati che google offre inserendo le parole “berlusconi statevi zitti” e altre similari manca sempre il seguito dell’intervista (lo si trova soltanto in un paio di casi, parafrasato da due blog). Seguito dell’intervista che dice più o meno così:

“…o almeno queste cose le dicano soltanto a noi che abbiamo responsabilità di governo”.

Si tratta di un passaggio cruciale, che illumina sul modo di intendere il mestiere di governante. Onestamente trovo assurdo questo modo di affrontare i problemi, da parte del nostro Presidente. L’idea che non si possano riconoscere, che non si possa dichiararne l’esistenza, che non si possa cercare di condividere l’obiettivo di trovare delle soluzioni, delle alternative, attraverso un dibattito aperto e articolato.Eventualmente a scapito di una briciola di consenso.

Inoltre una dichiarazione del genere dimostra che finora il governo ha scientemente deciso di mettere tutto a tacere. La concezione che vi è dietro a una simile impostazione è semplice: “Solo noi abbiamo il diritto di conoscere veramente come stanno le cose. I cittadini no, i cittadini devono soltanto essere tranquillizzati, bisogna soltanto ripetere loro che tutto va bene, anche quando palesemente non è così”. In fondo si sa, in politica come in economia non è vero ciò che è vero, ma ciò che è creduto vero.

Il parallelo è un po’ audace e va preso con le dovute cautele, però a me questo atteggiamento ricorda tanto quello di Aznar dopo l’attentato dell’11-M. Un simile precedente dovrebbe indurre alla prudenza. Se i cittadini avessero il sospetto di essere presi in giro e manipolati dal governo su temi particolarmente delicati, potrebbero perfino reagire votando un partito d’opposizione che tutti i sondaggi dicono sia senza speranze: Franceschini potrebbe diventare lo Zapatero d’Italia!

Forse però la differenza sta nei mezzi d’informazione. Quelli italiani per ora non hanno nessuna intenzione di smascherare le bugie del governo, di chiamarle col loro nome: BUGIE.

Il governo mente sulla crisi sapendo di mentire. La situazione è grave. Va affrontata in fretta. Bisogna impostare ORA un serio piano di rilancio dell’economia. Il governo deve INVESTIRE, la pubblica amministrazione deve ASSUMERE, gli ammortizzatori sociali devono essere riformati e bisogna garantire che l’accesso sia UNIVERSALE per TUTTI i disoccupati.




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ECONOMIA
Meglio degli altri Paesi di fronte alla crisi?
31 marzo 2009

Chiedo scusa. Mi è capitata sotto mano una copia delle elaborazioni Confcommercio sul World Economic Outlook del FMI e vi è un dato sulla variazione media annua del Pil reale. In Italia per il 2008 è stato -0,9%. Negli altri Paesi, quelli in cui la percezione della crisi è più forte, in cui nessuno dice che va tutto bene e in cui i relativi governi mettono soldi pubblici (seriamente, non briciole) per fronteggiarla, i dati sono i seguenti:

- in Germania +1%;

- in Francia +1,2%;

- in Spagna +0,7%;

- in Gran Bretagna +0,7%;

- negli Stati Uniti +1,3%.

In Italia, ripeto, -0,9%. Anche le previsioni per il 2009 indicano per l’Italia prospettive peggiori che in tutte le altre economie avanzate eccetto Stati Uniti e Gran Bretagna.

Mi dite sulla base di quali cacchio di dati si continua a sostenere (o meglio, il governo e altri "autorevolissimi opinionisti" continuano a sostenere) che l’italia reagisce alla crisi meglio degli altri Paesi? Che “la piccola impresa e la poca bancarizzazione, che fino a ieri hanno rallentato la nostra crescita, oggi sono la nostra salvezza”?

Solo ideologia? Solo strategia politica? Solo stupidità?


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SOCIETA'
Trasporti pubblici a Roma e a Milano
27 marzo 2009

Alcuni giorni fa l’Istat ha pubblicato un’interessante indagine sul trasporto pubblico locale nei capoluoghi di provincia italiani.

Spunti d’analisi e di riflessione ve ne sono molti. Uno dei più interessanti consiste indubbiamente nel confronto che si può effettuare tra le due principali metropoli. Roma e Milano sono città completamente diverse. Molto estesa e caratterizzata da ampie zone poco popolate la Capitale; più piccolo, razionale e facile da gestire il capoluogo lombardo. Inoltre sono note le difficoltà nel dotarsi di una metropolitana efficiente per una città ricca di opere d’arte e reperti archeologici sparsi per il territorio.

Tuttavia le differenze strutturali non possono diventare un alibi per procrastinare o non realizzare gli investimenti di cui la città laziale ha vitale bisogno. La diversa densità delle reti di trasporto ci può stare. Il problema, tuttavia, è che negli ultimi anni (in particolare tra il 2000 e il 2007) a Roma si è aggiunta una mancanza di visione strategica che ha reso pressoché insostenibile la situazione:

- in quegli anni Milano ha investito in reti ferroviarie (tramvie, metropolitane, ferrovie), mentre Roma sempre e solo sulla gomma. Eppure, proprio per l’estensione del territorio e la bassa densità abitativa di alcune aree, proprio a Roma sarebbe più vitale che altrove investire con convinzione sul ferro;

- di fronte a una domanda di trasporto MOLTO MAGGIORE (+18% a Roma, contro soltanto un +7% a Milano), la città non è stata in grado di dotarsi di nuovo materiale rotabile necessario a far fronte ai maggiori flussi. Rimane basso il numero di mezzi di superficie, mentre il numero di vetture di metropolitana non è in grado di tenere il ritmo dell’aumento di residenti. Conseguenza sono mezzi saturi e una quota di persone che pur potendo spostarsi con il trasporto pubblico locale preferisce continuare a muoversi in macchina.



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LAVORO
Nel '97 erano il 12,5%. E allora???
26 marzo 2009

Difficile ragionare seriamente di strumenti per combattere il dramma del non lavoro in una Repubblica fondata sul Lavoro, quando il Ministro del Lavoro si rifiuta di riconoscere l’esistenza di un problema serio e che va affrontato con strumenti adeguati.

Stando alle agenzie, Maurizio Sacconi avrebbe liquidato il problema sostenendo che il dato sul tasso di disoccupazione «è molto al di sotto del 1997, quando era al 12,5% e non era un secolo fa».

Già, peccato che da allora di fronte all’insostenibile situazione in cui il 12,5% delle forze lavoro non avevano lavoro (o meglio, non riuscivano ad accedere al lavoro a causa di un sistema ingessato) siano state introdotte due drastiche riforme complessive, finalizzate appunto a far venir meno gli impedimenti strutturali all’occupazione: il pacchetto Treu e la legge Biagi.

Nel ’97 c’era un problema d’accesso al lavoro. E quindi mentre si cercava un lavoro decente “ci si arrangiava” col lavoro nero, prima di rassegnarsi e optare per false pensioni d’invalidità. Oggi si viene espulsi dal mondo del lavoro. Il che è indubbiamente più grave, più drammatico, perché è un cambiamento che va a incidere sul tenore di vita delle famiglie. Giovani famiglie che prima della crisi hanno investito in un mutuo per la casa, per esempio. Giovani famiglie che restano senza un soldo – se non quello, caritatevole, dei genitori che quando possono permetterselo vengono così a sostituirsi al ruolo universalistico di assistenza che dovrebbe essere proprio dello Stato.

Non siate né ottimisti né pessimisti, ve lo chiedo per favore, Onorevole Ministro e Onorevole Governo. In questo momento bisogna essere pragmatici e guardare la realtà senza slogan e ideologie. C’è un problema, che riguarda soprattutto i dipendenti di aziende con meno di 15 addetti e i parasubordinati con contratto di collaborazione a progetto. Sono costoro - e non sono certo pochi, benché i dati a riguardo siano ambigui - che stanno restando senza lavoro. Sono costoro che dopo essere stati lavoratori di serie B stanno diventando adesso disoccupati di serie B.


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Né imprenditori né dipendenti. Ma neppure liberi.
25 marzo 2009

Leggo una bellissima intervista al direttore del Censis su LaStampa di oggi. Parla di giovani e lavoro, tema che questo mio blog intendeapprofondire con particolare attenzione. Ne riporto un breve passaggio.

D: Parliamo dei giovani edella loro formazione.

R: Un dramma. L'Italia è cresciuta grazie ai peritiindustriali. Oggi la formazione tecnica è in ribasso. Le università continuanoa sfornare eserciti di laureati in discipline umanistico-parolaie che dannoaccesso a non-lavori pagati due lire.

D: Una indicazione in positivo per i giovani?

R: Dimenticare le due formule tradizionali del lavoro: oimprenditoriale o dipendente. Puntare invece al lavoro "libero": sofare delle cose e le faccio per più soggetti.

Bene, bravo, sono d’accordo. Stavo giusto pensando di andaredal mio capo a dirgli che ho deciso di seguire i consigli del direttore del Censis.Non sono però convinto che la prenderebbe bene, visto che con il mio contrattodi collaborazione a progetto richiede una presenza quotidiana di 10 ore algiorno e che il progetto che appare sul mio contratto è solo fittizio, mentreio da oltre tre anni lavoro su mille altre cose ben diverse da quelle cheformalmente dovrei fare.

Né imprenditore né dipendente, come giustamente dice lui. Maneanche LIBERO, come consiglia di essere. Vorrei essere libero, ma non dipendeda me. In questo senso, sono un dipendente.

Dipendente nei fatti, libero al momento in cui non servissipiù o diventassi troppo costoso o si trovasse un altro giovane laureato indiscipline parolaie pronto a fare il mio lavoro per una lira e mezza. Questo èil destino di una tipologia contrattuale particolarmente vulnerabile dell’attualemercato del lavoro, quella dei co.co.pro.

Lavoro per passione. Lavoro con piacere. Lavoro molto bene.

Ma senza tutele. Una data di scadenza sul mio contratto “arinnovo indeterminato”. E poi – sempre e solo a posteriori – la possibilità disapere se ho diritto a un nuovo contratto oppure se l’azienda ha deciso di “ringiovanireil gruppo dei collaboratori”.

Un dubbio mi assale.

Chi lavora al Censis? È un istituto senzadipendenti? Fatto solo di donne e uomini liberi?


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